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Santa Maria Capua Vetere (Caserta), 4 settembre 2026 - Riparte lunedì 7, davanti alla Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere, il processo sulle violenze ai danni dei detenuti del carcere “Francesco Uccella” avvenute il 6 aprile 2020. Dopo la pausa estiva, il procedimento entra nella fase finale con le discussioni degli avvocati delle parti civili, alle quali seguiranno quelle dei difensori dei 101 imputati.
La fase della requisitoria della Procura si è conclusa lo scorso 22 luglio, dopo gli interventi dei pm Alessandro Milita, Daniela Pannone e Alessandra Pinto. Al termine della requisitoria, l’accusa ha formulato richieste di condanna complessive per 766 anni di reclusione, con pene individuali fino a 21 anni.
Richieste che rappresentano la posizione della Procura e sulle quali ora dovrà pronunciarsi la Corte, presieduta dalla dottoressa Claudia Picciotti.
L’udienza del 7 settembre aprirà la fase delle discussioni delle parti civili. Tra i legali che prenderanno la parola ci sarà anche l’avvocato Francesco Giuseppe Piccirillo, nell’interesse del Garante regionale per i diritti delle persone private della libertà personale, Samuele Ciambriello, costituito parte civile nel procedimento.
Dopo le parti civili sarà la volta degli avvocati degli imputati, che avranno il compito di sviluppare le proprie strategie difensive e contestare, ove ritenuto necessario, la ricostruzione accusatoria.
La presidente della Corte Claudia Picciotti punta a portare a conclusione il processo entro il mese di novembre, con l’obiettivo di arrivare quindi alla sentenza entro quella scadenza.
Al centro del procedimento ci sono le violenze che, secondo la ricostruzione accusatoria, furono commesse il 6 aprile 2020 all’interno del carcere sammaritano. Una giornata che l’accusa ha ricostruito come una vera e propria “spedizione punitiva” nei confronti dei detenuti, con episodi di pestaggi e violenze.
Nell’inchiesta hanno trovato spazio anche gli elementi relativi ai presunti tentativi di depistaggio e alle coperture che, secondo l’impostazione della Procura, avrebbero accompagnato quanto accaduto dopo le violenze.
Le immagini delle telecamere interne dell’istituto sono diventate successivamente uno degli elementi centrali dell’indagine. Nelle prime fasi, tuttavia, la loro acquisizione sarebbe stata messa in discussione sulla base della presunta non funzionalità del sistema di videosorveglianza.
A far emergere immediatamente la gravità della situazione furono anche le testimonianze dei detenuti, le telefonate dei familiari e i segni delle lesioni sui loro corpi.
La vicenda venne portata all’attenzione della Procura già pochi giorni dopo i fatti. Il 8 aprile 2020, due giorni dopo le violenze, il Garante regionale Samuele Ciambriello presentò un esposto alla Procura della Repubblica. Il giorno successivo si svolse un’ispezione del magistrato di sorveglianza Marco Puglia.
Il 4 maggio 2020, quindi, il Garante presentò un ulteriore esposto alla Procura.
Un percorso che, a distanza di oltre 6 anni dai fatti, è ormai arrivato alle battute finali del processo.
Alla vigilia della ripresa del dibattimento, Ciambriello sottolinea il significato delle richieste formulate dalla Procura.
«La requisitoria restituisce la gravità di fatti che denunciammo immediatamente», afferma il Garante, rivendicando il lavoro svolto dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere nella ricerca della verità.
Ciambriello precisa di non voler esprimere valutazioni sulla severità delle pene richieste e sottolinea di attendersi soprattutto una sentenza «capace di riaffermare il valore dei diritti della persona detenuta e di restituire fiducia nelle istituzioni».
Poi il richiamo ai principi costituzionali: «La Costituzione non si arresta davanti al cancello di un carcere».Una frase che sintetizza, secondo il Garante, la questione che va oltre le singole responsabilità penali e investe il rapporto tra detenzione, dignità della persona e Stato di diritto
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