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San Leucio, 250 anni celebrati tra retorica e realtà: la seta che non c’è più
Duecentocinquanta anni di storia, celebrazioni solenni, convegni internazionali e grandi parole sul lavoro. Ma a San Leucio, oggi, della seta cosa resta davvero? Ben poco. Eppure c’è ancora chi continua a parlare di “seterie” come se fossero vive, produttive, centrali. Una narrazione che cozza con la realtà.
La verità è sotto gli occhi di tutti: le aziende seriche che un tempo rappresentavano il cuore pulsante dell’esperienza leuciana sono scomparse. Alcune si sono trasferite altrove, come a Vitulazio, altre hanno semplicemente chiuso i battenti, travolte da crisi, globalizzazione e disattenzione istituzionale. Di quel sistema produttivo avanzato, che rese San Leucio un modello europeo, resta oggi soprattutto il ricordo.
E allora suona quantomeno paradossale celebrare i 250 anni della Real Colonia con iniziative che richiamano un’identità industriale che non esiste più. Si parla di lavoro, di futuro, di innovazione, ma si evita accuratamente di affrontare il punto centrale: la scomparsa di quel tessuto produttivo che dava senso stesso a San Leucio.
“Anno Leuciano”, summit, tre giorni di dibattiti sul lavoro tra memoria e futuro. Tutto condivisibile, per carità. Ma quale futuro si può costruire se si continua a raccontare un presente che non esiste? Se si evoca un distretto serico ormai svuotato, trasformato più in vetrina turistica che in polo produttivo?
San Leucio fu davvero un laboratorio sociale straordinario, un modello illuminista capace di coniugare lavoro, diritti e dignità. Ma proprio per questo meriterebbe oggi un’operazione verità, non una celebrazione che rischia di diventare pura retorica.
Perché senza imprese, senza produzione, senza occupazione reale, parlare ancora di “seterie” non è memoria storica: è semplicemente finzione.
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