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MONDRAGONE (CASERTA): ARRESTATI AUTORI ASSASSINIO EX ASSESSORE DC


"Jimmy, vieni: è venuto zio Antonio". Il sorriso gentile, la mano tesa verso l'ospite appena arrivato nascondono un segnale: quella frase è l'ordine del boss Augusto La Torre per il sicario che aspetta nell'ombra e coglie alle spalle 'zio Antonio', sparandogli due colpi alla tempia. Così muore, in una mattina di luglio del 1990, Antonio Nugnes, imprenditore agricolo e assessore dc della giunta comunale di Mondragone, paese costiero del Casertano dove l'esponente politico è stato vice sindaco e si appresta a sedere sulla poltrona di primo cittadino. Le rivelazioni di diversi pentiti, a cominciare dal capoclan diventato collaboratore di giustizia, hanno portato nel settembre del 2003 alla scoperta della 'tomba' di Nugnes, vittima della lupara bianca: fu proprio Augusto La Torre a guidare gli inquirenti nei campi di un ignaro agricoltore a Falciano del Massico. Lì, in fondo ad un pozzo profondo 40 metri era stato nascosto dagli assassini il corpo dell'esponente politico. E lì furono rinvenuti i suoi resti, oggetti personali, comprese le chiavi del cancello di casa, ancora in grado di aprirlo. Ma gli inquirenti trovarono anche le ossa di un altro scomparso, Vittorio Boccolato, un pregiudicato inviso a La Torre, sparito nel gennaio del 1991. Per recuperarli fu necessario - rivelano oggi gli investigatori - un lavoro difficilissimo: dopo aver buttato nel pozzo i due cadaveri, gli uomini del clan avevano fatto crollare le pareti con una carica di esplosivo. Ora l'inchiesta si è conclusa, i tasselli sono stati sistemati e per quello che gli inquirenti definiscono "uno dei più gravi episodi criminali avvenuti nella provincia di Caserta" sono stati individuati mandanti ed esecutori con l'emissione di sette ordinanze di custodia cautelare, ma soprattutto è stato ricostruito lo scenario in cui maturò il delitto. Antonio Nugnes, hanno accertato gli inquirenti, rappresentava in primo luogo un ostacolo alla volontà del clan di gestire gli appalti pubblici comunali e di intervenire in tutte le vicende politiche e amministrative. Per questa ragione era stato avvicinato da un emissario di La Torre che aveva cercato di 'ammorbidirlo': ma il clan non si fidava e puntava anche ad una clinica privata in corso di realizzazione e di cui Nugnes era socio. Augusto La Torre voleva entrare in quell'affare attraverso un prestanome, Giacomo Diana - consigliori ed alter ego del boss, arricchitosi con la gestione di una discarica, all'epoca vicino ad ambienti politici locali della Dc - e senza versare alcuna quota: l'imprenditore si opponeva strenuamente. Fu proprio Diana, che è tra i destinatari dei provvedimenti come mandante - secondo la ricostruzione della Dda - a suggerire l'eliminazione di Nugnes che venne attirato in un tranello. L'uomo che già lo aveva avvicinato per conto del clan, Sabatino Aniello, lo prelevò nella sua azienda agricola e lo condusse in una masseria di Falciano del Massico sostenendo che Augusto La Torre gli voleva parlare. L'assessore lo seguì e, appena giunto nel cortile, vide venirgli incontro il boss. Fu allora che il capoclan chiamò il suo uomo fidato, Girolamo Rozzera, "Jimmy", anche lui adesso tra i pentiti dell'organizzazione: "Vieni, è arrivato zio Antonio". Due proiettili alla tempia dal sicario, poi i colpi di grazia sparati dal boss per accertarsi che Nugnes fosse morto, mentre altri componenti del clan - Massimo Gitto, Angelo Gagliardi, Giuseppe Valente, Mario Sperlongano e Francesco La Torre - tutti armati e tutti pronti ad intervenire aspettavano nella casa colonica che l'esecuzione fosse portata a termine senza intoppi. Per questo delitto il gip ha emesso misure cautelari nei confronti di Giacomo Diana, Massimo Gitto, Angelo Gagliardi, Francesco La Torre (detenuto in Inghilterra) e lo stesso Augusto La Torre (in attesa di estradizione suppletiva dall'Olanda). Sono indagati in stato di libertà tre collaboratori di giustizia, Giuseppe Valente, Mario Sperlongano e Girolamo Rozzera.

 
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