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CASTELVOLTURNO (CASERTA): IMMIGRATO UCCIDE BIMBA GHANESE E LA GETTA NEL FIUME

La piccola Mary uccisa da un connazionale nella Soveto di Caserta, Castelvolturno, dove regna il clan di immigrati dediti a droga e prostituzione


CASERTA, 11 GIUGNO 2011 (Casertasette) - Il dolore e poi la rabbia. Momenti concitati di tensione e proteste seguiti al ritrovamento del corpo senza vita della piccola Mary, sette anni, vittima di una violenza folle, morta dopo essere stata gettata in un canale nei Regi Lagni, a Castel Volturno, nel CASERTAno, da un uomo con problemi psichici. In un attimo esplode la protesta degli immigrati del posto. Loro, dicono - appoggiati dalla rete antirazzista campana - denunciano di aver da tempo segnalato la pericolosità dell'assassino che, sembra da tempo stando alle testimonianze raccolte sul posto, dava segni di squilibrio. «Negli ultimi mesi - dice un portavoce degli ghanesi di Castel Volturno - era diventato aggressivo e la cosa era stata segnalata più volte alle forze dell'ordine. Ma nè loro, nè gli organi sanitari sono intervenuti per impedire che si arrivasse a quello che è successo oggi». Dichiarazioni sulle quali evidentemente dovrà far luce la Procura di Santa Maria Capua Vetere che indaga sul fatto e che dovrà anche accertare se siano state effettivamente presentate denunce circostanziate sulla condizione psichica dell'assassino e sulla sua presunta pericolosità. Insomma, qui in tanti dicono di aver lanciato l'allarme su quell'uomo che soffriva di disturbi psichici e che poteva essere un pericolo per se e per gli altri. «Questa tragedia si poteva evitare, quel folle doveva essere fermato», non si stanca di ripetere chi conosceva la piccola Mary. Ma i ghanesi ritengono anche che i soccorsi, dopo che la bambina era stata lanciata nel canale, si siano mossi con un'eccessiva lentezza. «L'ambulanza è arrivata in ritardo, non si sono visti mezzi adeguati». La rabbia degli immigrati li ha portati così ad inscenare un blocco stradale. Poi, dopo il recupero della piccola da parte di un africano lanciatosi nel canale, per diversi metri si è snodata una sorta di processione con la bambina tra le braccia. Una vera e propria rivolta è esplosa poi quando c'è stato il trasferimento della salma all'obitorio. Gli immigrati avrebbero voluto tenerla con loro, anche per marcare in questo modo la protesta contro i presunti ritardi nei soccorsi e per il mancato intervento di fronte alla pericolosità dell'assassino. Hanno circondato l'ambulanza arrivata sul posto, hanno picchiato con i pugni contro le fiancate prima che il mezzo potesse allontanarsi, con le forze dell'ordine che a fatica sono riuscite a farla passare.

Da una parte i bianchi. Dall'altra i neri. A Castel Volturno (Caserta) funziona così. E c'è chi parla addirittura di Apartheid. I numeri disegnano la realtà: i residenti sono 25mila. Gli extracomunitari, quelli regolari, sono 2300. Ma se si sommano gli irregolari, i 'fantasmì, si arriva fino a 15mila. E basta percorrere la strada Domitiana, principale arteria, per chiarirsi subito le idee: si incontrano extracomunitari, tantissimi. Quasi solo loro. Il problema dicono le associazioni, una su tutte il Centro sociale ex Canapificio, da anni accanto agli extracomunitari, è che non c'è punto di contatto tra i bianchi e i neri, appunto. E che il disagio c'è, ed è fortissimo. Basta poco e la rabbia esplode. Emblematica fu la rivolta il giorno dopo la strage di San Gennaro. La sera del 18 settembre 2008, davanti ad una sartoria alla periferia di Castel Volturno, furono uccisi sei cittadini africani. Fu la camorra, i Casalesi, ad ammazzarli con l'aggravante, ha detto la Prima corte d'assise di Santa Maria Capua Vetere lo scorso 14 aprile, dell'odio razziale e della finalità terroristica. Quattro gli ergastoli per quella strage - anche a carico del boss Giuseppe Setola - che chiamò in causa la comunità degli immigrati. C'è chi, nelle ore successive l'agguato, disse che erano manovalanza dei clan, chi i capi dello spaccio. Loro si arrabbiarono e, il giorno dopo, devastarono tutto: vetrine dei negozi, segnali divelti, lanci di pietre contro automobili, anche con passeggeri a bordo. Scesero in strada per urlare a tutti che loro non erano i carnefici. Ma le vittime. E che siano vittime lo dice anche Mimma D'Amico, del Centro sociale ex Canapificio. Lavorano nei campi, gli immigrati di Castel Volturno, per 20 euro e per oltre 12 ore di lavoro al giorno. Lavorano nell'edilizia, ma anche nel terziario, nel settore dei trasporti. Qualcuno, dice Mimma, è andato via, «ha fatto fortuna, sono eccellenze». Intanto, però, a Castel Volturno i «cittadini entrano in contatto con loro solo quando gli serve manovalanza. Poi, più nulla», racconta Mimma. Massimo sfruttamento, minima paga. Zero integrazione, nessuna stretta di mano. E così capita anche che «raccontano i loro problemi e non vengono creduti - dice Mimma - è accaduto per la strage di San Gennaro ed è accaduto stamattina con Mary». Il sindaco di Castel Volturno, Antonio Scalzone, conferma: «Siamo in balia di una condizione demografica inaccettabile. Mi hanno riferito che oltre al ghanese arrestato, che rappresentava da tempo un pericolo, c'è anche un altro che gira con un coltello in tasca e minaccia i connazionali». Chi deve intervenire? «Ora si innescherà il consueto gioco del cerino che finirà in mano nostra - risponde - e, invece, non è giusto. C'è una legge sull'immigrazione che fa acqua da tutte le parti. Si combatte, giustamente, la camorra e non ci si rende conto che qui a breve finiremo nelle mani della mafia nigeriana». «Qui sta per esplodere tutto - dice - E oggi una bimba è morta perchè per anni, e ancora oggi, si evita di considerare Castel Volturno un problema. Un grande, enorme problema». °°°°°

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